economia della bellezza

La proposta di una “economia della bellezza” potrà certamente apparire provocatoria. Da un lato perché tratta un campo di ricerca con pochi (ma autorevoli) precedenti in termini di definizione. Dall’altro perché coltiva l’ambizione di diventare una disciplina che tenta di indagare possibili fenomenologie economiche interne ad un complesso rapporto che si consuma tra estetica, etica e società.

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Il patrimonio culturale "non è petrolio"

Federico Massimo Ceschin, già autore di "Non è Petrolio" nel 2015 con un successo che nel 2018 si è riproposto con un'edizione speciale per l'Anno europeo del Patrimonio culturale, non si arrende: oltre il valore estetico, artistico, educativo, evolutivo e spirituale, insiste a riportare la bellezza ad un valore economico, misurabile, d'uso e di non-uso, nel tentativo di accompagnare il lettore in una "rivoluzione dello sguardo" che sfida la rendita di posizione e combatte il "capitale inagito" che troppo spesso s'incontra nelle ampie e plurali realtà territoriali del Bel Paese.

L’Italia è una Repubblica fondata sul capolavoro

Il nostro Paese non può continuare a percepirsi “bello” soltanto perché dotato di antichi patrimoni ereditati dal passato (da sfruttare parassitariamente come “pozzi petroliferi” nella logica della rendita di posizione): deve piuttosto iniziare a puntare su fattori finora ritenuti “inusuali” o “infruttiferi”, come la cura dei beni comuni, la manutenzione dei paesaggi e della qualità urbana, il benessere e la felicità dei cittadini.

Come? Facendo leva sulla dimensione sociale dolce delle comunità locali, sulla qualità della vita nei territori di provincia, sull’entroterra, sull’agricoltura e sull’artigianato di eccellenza, sul “Made in Italy”, sulle piccole imprese e sull’industria creativa e culturale.

Occorre dunque invertire la rotta che spinge a declinare ogni responsabilità e ad evitare ogni scelta nel nome di qualche sempre nuova emergenza. E ripartire dalle relazioni e dalle connessioni, dal senso di appartenenza e dal senso civico, dalla reciprocità dei gesti quotidiani e dai talenti, dalla competenza e dal merito, attraverso scelte di indirizzo e pianificazioni che guardino ad orizzonti di medio/lungo periodo.
Non ci sono ricette magiche né soluzioni pronte ma è necessario immaginare un percorso. Ripartendo dalla consapevolezza di essere chiamati ad onorare la bellezza del creato, delle arti e delle diverse eredità culturali e – insieme - dalla responsabilità di creare valore contemporaneo senza intaccare i pari diritti delle generazioni future.

Misurare la bellezza: una sfida possibile?

Argomentare di bellezza (ma anche di cultura) in rapporto all'economia continua a far storcere il naso. Non solo e non tanto all’interno della comunità scientifica, quanto nel contesto di quelle “corti dei saperi colti” che continuano a manifestare un atteggiamento conservativo, avverso ad ogni forma di divulgazione e di dimensione economica. A loro vedere, sembra sempre di mescolare la sacralità e le ritualità dell’umanesimo con gli aspetti più deteriori del mercato: non riescono a scrollarsi di dosso una certa tendenza a immaginare il creato e l’arte come qualcosa di elitario con pochi destinatari in grado di fruirne, imprigionati in una classificazione tra Cultura con la “C” maiuscola e cultura con la “c” minuscola.

Eppure, la concezione antropologica che conferisce alla cultura un’importanza sociale tale da giustificare il pensiero che non si possa essere cittadini prima di aver appreso almeno i fondamenti interpretativi della bellezza non appare molto nobile.
Questo tempo globalizzato dovrebbe almeno aver insegnato ad accettare che la cultura rappresenti tutto ciò che le persone acquisiscono in quanto membri della società: una conquista personale e non un insieme erudito di nozioni, un’idea collettiva che diventa visibile tanto nelle arti quanto nel sistema sociale, nei costumi e nelle tradizioni, nella religione e nello stile di vita di un popolo. Apprendere a riconoscere la bellezza, attraverso le sue dimensioni e il suo valore, significa aumentare la consapevolezza della sua preziosità ma anche della sua fuggevolezza e della sua finitezza, in modo orientarne la trasmissione alle generazioni future senza abdicare a percorsi di creazione di valore contemporaneo.

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